
Frascati, pomeriggio, quasi sera, dalla piazza si vede Roma, il sole inizia a prepararsi per la notte, scende, vuole riposare, inizia a nascondersi dietro le poche nuvole e regala uno spettacolo di colori. Tutte le gradazioni del rosso davanti a noi, “rosso di sera bel tempo si spera” si dice. E’ estate, è normale aspettarsi il bel tempo.
Rumore di gente che parla, bambini che corrono, auto che cercano un parcheggio, bancarelle circondate da curiosi e qualche compratore, musica che esce dai locali, dalle auto, dalla bocca delle persone… musica, parole, rumori che si incontrano nell’aria e si annullano per un istante. Il tempo si ferma, tutto si congela e due persone incredule si guardano in viso e poi contemporaneamente il loro sguardo va verso il basso, a bocca aperta e ad occhi spalancati osservano ed ascoltano il loro bambino che dice quasi sottovoce: “fame, ho fame!”.
I tre si sorridono, anzi iniziano proprio a ridere e il papà chiede alla mamma: “ha detto fame?” e lei conferma. “Se ha detto che ha fame...” dice il padre con aria felice. I genitori con il bambino attraversano la strada ed entrano nella pizzeria, dove prendono tre supplì. I supplì se caldi e fatti bene hanno la mozzarella che fila, a Dongjiang piace vedere la mozzarella che fila.
Da quel momento il tempo ricomincia a scorrere, forse anche un poco più velocemente per questa famiglia.
Ci presentiamo, siamo i genitori di Dongjiang, Elisa e Gianni.
“Don… cosa?” “Che nome strano per un bambino”, “mica si ricorda”, “perché non lo chiamate Marco, Luigi, Federico…“
Nostro figlio un nome lo aveva già, è un bambino adottato, viene dalla Cina e ci piace il suo nome, ci piace anche come si scrive in ideogrammi cinesi. Poi il proprio nome è importante, è la sua storia, la sua identità.
Da quel pomeriggio a Frascati è passato qualche mese e veramente sembra che per Dongjiang il tempo sia andato più veloce di prima.
Prima di andare a dormire gli cantiamo sempre delle canzoni, in italiano. Anche lui le canta con noi, in italiano. Ve l’ho detto il tempo per Dongjiang è andato un poco più veloce da quel giorno a Frascati.
Ogni giorno conquista una nuova parola, la dice, la ripete e ne capisce il significato, tutto da solo. Tutto da solo e con piccolo aiutino da noi.
A maggio eravamo a Chengdu, una delle più grandi città della Cina, si trova nel Sichuan. Che ci si va a fare a Chengdu a maggio? I turisti a vedere i panda giganti o la statua del Buddha grande come una montagna, noi eravamo lì per adottare un bambino.
Maggio, giorno 24, in una stanza dell’orfanotrofio di Chengdu, Gianni, che non ha dormito tutta la notte, è in giacca, è un’occasione speciale. Elisa nasconde l’emozione stringendo in mano i piccoli regali per il bambino e l’orfanotrofio. Si apre una porta e alle loro spalle entra un bambino, timido, timoroso e una donna lo spinge verso di noi. Dongjiang si avvicina a Gianni e lo abbraccia. Gianni lo accarezza e lo prende in braccio. Elisa gli tiene la mano.
Dongjiang ha otto anni ed essendo nato e vissuto fino in quel momento in Cina parla cinese, è normale. Molti possono pensare a problemi di comunicazione. Hanno ragione. Anche noi ci siamo posti questo problema e ci è venuta in mente una cosa importante da sapere in lingua cinese. “Come si dice andare al bagno?” abbiamo chiesto al referente cinese dell'ente. Li Feng parla con il bambino e ci dice: “gnao gnao”. Fra tutte le parole da conoscere ci è venuta in mente di chiedere solo quella. Da quel momento, fra noi, la lingua cinese si è ridotta in una sola parola “gnao gnao”. Pochino ma un punto di partenza. Ne conoscevamo altre, come dire grazie e altre poche parole di cortesia, ma non quelle di uso comune con un bambino di otto anni. Gnao gnao è diventato un tormentone, ogni mezzora chiedevamo a Dongjiang: “gnao gnao?” Lui rideva e rispondeva con la testa o il dito.
Siamo andati avanti così per giorni, ma se il linguaggio verbale scarseggiava quello posturale dei segni, dei gesti e degli occhi dava sfogo a dialoghi profondi. Dongjiang ci ha raccontato con suoni, gesti e facce buffe le puntate precedenti di una serie di telefilm su Sun Wucong (King Monkey). Aveva una grande voglia di comunicare e abbiamo trovato il modo anche con i disegni.
Il fatto di non avere parole in comune ci ha permesso di osservarci meglio, di non rimanere sospesi in aria sul suono di una parola, siamo dovuti scendere, toccarci e conoscerci. Non si rimaneva completamente in silenzio, toccavamo il suo naso dicendo "naso" e lui diceva "pilzen", toccavamo le sue orecchie e lui "oto". Giocando ci siamo scambiati le parole, noi avevamo orecchie e nasi e lui “pilzen” ed “oto.
E’ strano sentire un grande affetto, un amore paterno e materno per una persona che prima non si conosceva. Si entra in una stanza, firmi dei documenti ed esci con uno sconosciuto, un bambino di 8 anni di cui sai quasi nulla. E il bambino? Che cosa avrà pensato quando ci ha visto? Due stranieri, che parlano una lingua incomprensibile e sanno dire solo “gnao gnao”, che vivono in albergo e si dorme tutti nella stessa stanza. Ci avrà preso per degli originali? Dei matti?
Eppure gli abbiamo voluto subito bene e lui ha fatto del tutto per accettarci e farsi accettare. Siamo partiti per quest’avventura con un pizzico d’incoscienza e molti timori, ma appena lo abbiamo visto è come se fossimo stati sempre insieme. I giorni trascorsi insieme in Cina ci hanno aiutato a scoprirci senza essere distratti dalla routine quotidiana. Passare tutte le ore del giorno insieme, ridendo, facendo lunghe camminate, giocando, guardando la televisione, mangiando… la serenità ha contribuito a far nascere la nostra famiglia e Dongjiang ci ha messo molto impegno.
Sono passati alcuni mesi da quando siamo rientrati in Italia, all’inizio il bambino voleva mantenere la sua lingua, capiva le frasi più comuni, ma per lui naso continuava ad essere “pilzen” e pipì “gnao gnao”. Poi la magia della prima frase in italiano: “ho fame”. Cosa è cambiato in lui? Non lo sappiamo ma ci piace pensare che abbia capito che siamo una famiglia.
Abbiamo corso il rischio che ci potesse essere negata questa felicità da una firma che la ASL non voleva autenticare perché non previsto dal loro regolamento interno, da relazioni di uffici pubblici che rimangono a dormire in un cassetto, da appuntamenti dati a distanza di mesi e… potremmo continuare, ma ci piace ricordare invece quanti ci hanno aiutato a superare le difficoltà, anche nelle strutture pubbliche, sostituendosi a chi non voleva fare o faceva male il proprio dovere o solamente ci ha regalato un sorriso e un “in bocca al lupo”.
Vedere Dongjiang sempre allegro e sorridente, che vuole essere abbracciato, che prova a raccontarci la sua vita a Chengdu, sentirlo per la strada urlare “macchina grande” o “macchina piccola”, oppure “moto”, ascoltarlo quando ci chiama mamma e papà ci fa dimenticare i problemi grandi e piccoli che abbiamo dovuto superare.
Gianni R.
P.S. Quello sopra è il nostro contributo per il Libro Antologico che vuole preparare l'Ente, nel frattempo Dongjiang va anche a scuola, ha imparato l'alfabeto, sa sillabare... anche se passare dagli ideogrammi alla nostra scrittura è molto difficile, una cosa profondamente diversa, ma ci mette impegno, va a scuola volentieri e anche i compiti si fanno senza problemi.
Un solo problema, che fatica alzarsi la mattina!!!
:-)